Avevo 14 anni e frequentavo il Conservatorio ad Alessandria. Passeggiavo per i lunghi e stretti corridoi che circondavano le aule di musica di Palazzo Cuttica. Avevo appena finito la lezione di violino ed ero in cerca di un’aula libera con un pianoforte a coda Steinway & Sons, la mia passione.

Notai un professore che, con le mani dietro la schiena, si trascinava lungo quei corridoi. Di fianco a lui c’era un suo allievo che conoscevo. Incrociandoli vidi le lacrime di quel professore, la sua barba folta e grigia, e gli occhi bassi come se indugiasse su ogni suo passo.

Mi fermai a parlar con loro, chiedendo cosa fosse successo. Il professore mi spiegò che Berlinguer stava morendo. Ricordo il suo stupore per la mia ignoranza e il suo imbarazzo commosso quando con naturalezza gli dissi che “la morte è un fatto proprio della vita”.

Io non capivo, non avevo capito. Ero giovane, e assorbito dalla musica. Non esisteva nulla all’infuori dell’odore di pece sfregata sull’archetto del violino; niente, oltre il bianco e nero irregolare di una tastiera di pianoforte. Nulla, oltre l’odore secco del vecchio Palazzo Cuttica o l’odore delle Multifilter tra le dita dipinte di rosso della mia insegnante di pianoforte.

Pochi giorni dopo vidi i funerali di Berlinguer. Vidi quella gente piangere, alzare il pugno e piangere davanti al feretro. Ascoltai le parole di Nilde Iotti. Vidi le lacrime di Pertini.

Quel giorno - quel giorno - diventai comunista.

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